La fotografia femminista negli anni Settanta

La fotografia femminista contemporanea affonda le proprie radici nelle manifestazioni artistiche e fotografiche degli anni Settanta. In quegli anni, infatti, si stava svolgendo la, cosiddetta, seconda ondata del femminismo, che vede un periodo di attivismo e filosofie femministe iniziato nel corso degli anni Sessanta negli Stati Uniti d’America per poi diffondersi in tutto il mondo Occidentale ed oltre.

"La spia ottica", Giosetta Fioroni
“La spia ottica”, Giosetta Fioroni

In questo panorama, anche in ambito artistico vi è una pluralità di prospettive e di azioni eterogenee che generano forme diverse di media adottati. Il discorso femminista si sofferma sulla possibilità di creare un’arte delle donne con l’intento di decostruire gli stereotipi e far risaltare la donna come essere unico e autonomo.

Fotografia di Francesca Woodman
Fotografia di Francesca Woodman

L’arte e la fotografia femminista degli anni Settanta, infatti, hanno lavorato sull’emancipazione della donna dando risalto al corpo come essenza, non soggetta allo sguardo maschile; l’identità, come espressione dell’essere da fotografare e fotografato attraverso l’autoscatto; la frammentazione degli stereotipi di genere e la critica ferrea ai mass media e le pubblicità che vedevano il predominio dell’uomo e la mercificazione della donna. La matrice comune è l’uso del corpo della donna non come oggetto fotografato, bensì come soggetto.

Fotografia di Francesca Woodman
Fotografia di Francesca Woodman

Nel caso di autoritratti, essi sono scattati dalle stesse fotografe finalmente padrone del proprio corpo, un corpo bello ma non imbellettato, un corpo appartenente di diritto a chi ha creato l’opera d’arte stessa (in questo caso la fotografia), il corpo di persone in cammino con le proprie gambe, appunto.

Fotografia di Hannah Wilke
Fotografia di Hannah Wilke

Sono donne che sfiorano la poesia, come nel caso delle fotografie di Francesca Woodman; donne arrabbiate, che esasperano e quasi “violentano” il proprio corpo per urlare la sofferenza dell’abuso sessuale subito da altre donne come loro. Si tratta di donne che hanno compreso che i tratti facciali sono più sensibili agli specchi interiori che a quelli reali, esterni e che l’autocontrollo dipende dal proprio specchio interiore, che l’identità è una questione, prima che di genere, di padronanza di sé, come risalta dagli scatti di Jayne Wark. Ma si parla anche di donne che focalizzano fortemente e volutamente l’attenzione esclusivamente sull’espressione del volto e sull’aspetto della singola persona usando da sfondo la neutralità di un muro bianco, come risalta in tutti gli autoritratti di Cindy Sherman.

Fotografia di Cindy Sherman
Fotografia di Cindy Sherman

Infine, donne che, pur essendo femministe, non hanno dimenticato di essere anche solo e “semplicemente” donne, come Hannah Wilke, la cui tendenza ad esibire il proprio bel corpo è sempre stata fortemente criticata dall’ambiente femminista. La Wilke, pur rimanendo nell’ambito femminista, nel 1977 reagì a queste critiche con un lavoro aggressivo a sua volta, creando la leggendaria stampa offset “Marxism and Art. Beware of Fascist Feminism“: il busto nudo (più volte esibito dall’artista-fotografa) da cui penzola una cravatta che allude, ridicolizzandola, all’arroganza fallica ma che, nel titolo, è anche una forte critica a certi estremismi femministi.

"Marxism and Art: Beware of Fascist Feminism", Hannah Wilke , 1977
Marxism and Art: Beware of Fascist Feminism“, Hannah Wilke , 1977

Le fotografe in questione non sono accomunate dallo stesso stile (a dimostrazione che il femminismo non è inquadrabile in alcuni stilemi precisi), né sono accomunate dal fatto di aver lavorato tutte negli stessi luoghi e molte di loro non si sono mai nemmeno conosciute personalmente.

Fotografia di Francesca Woodman, 1976
Fotografia di Francesca Woodman, 1976

Come spiega Gabriele Schor, “quello che unisce queste artiste è una coscienza collettiva, e una delle conquiste più importanti dell’avanguardia femminista fu quella di decostruire, attraverso questa consapevolezza collettiva che le univa, l’immagine della donna. Un’immagine che nei secoli era stata investita di proiezioni, stereotipi, nostalgia e desideri maschili, in parte anche grazie agli artisti. L’avanguardia femminista riuscì a dissolvere questo rapporto a senso unico tra soggetto e oggetto in una molteplicità di identità e di costruzioni identitarie. Queste donne riuscirono a dare un significato del tutto inatteso alle parole di Nietzsche sul rovesciamento dei valori: si misero in cammino invece di farsi belle“.

"La ragazza squillo" di Laura Marcucci
La ragazza squillo” di Lucia Marcucci

Rispetto ai movimenti europei e americani, il femminismo italiano ha posizioni contrastanti, radicali e critiche sull’emancipazione femminile. Gli anni Settanta, in Italia, furono densi di avvenimenti che alimentarono un fiorente dibattito, e ne furono alimentati, sulla condizione femminile, come i referendum sul divorzio (1974) e l’aborto (1978).

Manifestazione femminista italiana negli anni Settanta
Manifestazione femminista italiana negli anni Settanta

Nel 1976 Romana Loda, promotrice dell’arte femminista, realizza a Falconara (Ancona) la prima esposizione italiana di fotografia e femminismo chiamata Altra Misura mostrando il lavoro di cinque artiste internazionali: la francese Annette Messanger, la polacca Natalia LL, le nordamericane Suzanne Santoro e Stephania Oursler residenti a Roma e l’argentina Verita Monselles attiva a Firenze.

"Ecce Homo", Verita Monselles, 1976
In “Ecce Homo” (1976) Verita Monselles si concentra sul corpo femminile nudo e sovverte l’icnografia sacra, evidenziando il maschilismo espresso dalla cultura cattolica verso l’aborto e il divorzio.
Marcella Campagnano nella serie "L'invenzione del femminile: Ruoli", Cloti Ricciardi, 1974-1980

Marcella Campagnano nella serie “L’invenzione del femminile: Ruoli“, Cloti Ricciardi, 1974-1980

Attraverso le foto di queste artiste trapela tutta la forza dirompente dell’ideologia e quindi si può dire che in effetti, sì, esiste uno sguardo femminista nella fotografia; ciò che invece non esiste forse, o comunque non esiste secondo me, è uno sguardo femminile e maschile nella fotografia: non credo ci sia una netta divisione di genere in uno scatto, per quanto possa esserci una differenziazione di stile; esiste invece uno sguardo femminista, nel senso che esiste, o quantomeno è esistito, uno sguardo ideologico femminista ed è stato uno sguardo, non a caso, tutto femminile.

"Tomaso Binga e Bianca Menna oggi spose", Bianca Menna, 1977
Tomaso Binga e Bianca Menna oggi spose“, Bianca Menna, 1977

Su molti aspetti la fotografia di quegli anni può essere considerata moderna e contemporanea. Ancora oggi i cartelloni pubblicitari utilizzano le donne come merce per acquistare prodotti e le pubblicità realizzate, talvolta, sminuiscono le donne alla figura di casalinghe togliendo loro l’emancipazione acquisita negli anni e la realtà dei fatti. L’arte ha la necessità di rivendicare ogni giorno queste tematiche perché la strada verso la libertà di pensiero è ancora lunga.

Link

https://talcoweb.com/2017/12/20/la-fotografia-femminista-nellitalia-degli-anni-70/

http://www.osservatoriodigitale.it/osservatrice-romana/439-21-osservatrice-romana