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Olivia Bee

Olivia Bee è nata a Portland, in Oregon, nel 1994 e ora è residente a Brooklyn. Dopo il riconoscimento ricevuto per le sue fotografie sui social media, Converse le ha commissionato, all’età di quindici anni, di girare la sua prima pubblicità. Da allora ha continuato a girare campagne per marchi come Hermès, Levi’s e Apple, e ha lavorato per pubblicazioni come Vogue, Vice, New York Times e Le Monde.

Fotografia dalla serie "Kids in Love", Olivia Bee
Fotografia dalla serie “Kids in Love”, Olivia Bee

Il suo interesse per la fotografia è iniziato all’età di undici anni quando ha frequentato per la prima volta un corso di fotografia. In seguito, Bee ha iniziato a scattare foto in modo indipendente caricandole sul sito Web di immagini Flickr, dove, appunto, la compagnia di calzature Converse notò il suo lavoro. Olivia decise di intraprendere la fotografia come una carriera a tempo pieno dopo aver tentato invano di studiare alla Cooper Union a New York City.

Olivia Bee non ama chi la fa tanto lunga su quant’è giovane. Vorrebbe essere considerata soltanto per le fotografie che fa, per l’arte che produce, non per lo sbalordimento che trasmette il contrasto fra il successo e gli anni che ha. E’ una specie di prigioniera non troppo sofferente del complesso dell’enfant prodige e il problema è che si finisce per forza lì, al “ma sei così giovane”, che spesso si trascina un retropensiero ovvio che trasuda invidia: devi essere la figlia di qualcuno.

Fotografia di Olivia Bee
Fotografia di Olivia Bee

Ma Olivia è conosciuta i suoi ritratti sognanti, evocativi, per i suoi paesaggi simbolo di una narrativa intima, fatta di libertà e di avventura. Ed è più breve elencare le riviste che non hanno mai pubblicato sue foto. E’ cresciuta in fretta la sua identità artistica, sono arrivate le mostre personali, il brulicare della vita dei galleristi fra New York e Parigi, a portare le sue immagini oniriche e sgranate, con luci calde come in certe scene di Terrence Malick, la patina anni Settanta e le inquadrature imperfette di chi insegue il mito di una generazione, o forse il mito di tutte le generazioni: l’autenticità.

Fotografia di Olivia Bee
Fotografia di Olivia Bee

Olivia, infatti, è alla ricerca di un istante vero, senza patine di finzione, eppure la maggior parte delle sue foto sono composizioni create ad arte, studiate nei dettagli, frammenti di situazioni irreali e talvolta inverosimili. “Quando qualcosa è finto lo riconosci. Cerco cose vere e non soltanto che sembrino vere. Tento di creare un contesto di fantasia dentro al quale possono succedere cose vere. Prendi, che so, una foto di due persone che si baciano sott’acqua: non ci sono molte probabilità che possa averle fotografate per caso, anche perché ci sono anche io in quella foto, ma non significa che quello scatto non esprima qualcosa di vero. Lavoro in diversi modi, uno dei quali consiste nel fotografare quel che succede. Un altro è creare universi paralleli, fantasie che permettono a qualcosa di spontaneo e genuino di succedere. Uno dei segreti è lavorare con persone con con cui hai una certa familiarità e portarle in posti dove possono essere loro stesse”.

 Fotografia dalla serie "Enveloped in a Dream" in "Kids in Love", Olivia Bee
Fotografia dalla serie “Enveloped in a Dream” in “Kids in Love”, Olivia Bee

Nel mondo di Olivia per trovare il proprio io bisogna togliere, non aggiungere. Togliere strati di convenzioni e abitudini, di doveri sociali, di formalità perfettamente codificate. La natura è centrale, ma non nel senso dell’ambiente, l’environment con tutte le sue propaggini ideologiche. Ha più a che fare con “l’eliminazione degli elementi di disturbo”. I corpi nudi, giovani benché non sempre perfetti né ossessivamente levigati (ma difficilmente si troveranno inquadrature strette sulla cellulite) sono un’altra fase dello stesso processo: “Voglio togliere il più possibile le distrazioni, quello è il motivo per cui m’interessano i corpi nudi. Al momento sono ossessionata dall’idea di togliere l’ingombro delle cose dall’obiettivo”.

  Fotografia dalla serie "The Brink of Devotion", Olivia Bee
Fotografia dalla serie “The Brink of Devotion”, Olivia Bee

Salvo rare eccezioni, gli elementi tecnologici sono volutamente tenuti fuori dall’inquadratura, ché l’eccesso di contesto e precisione toglie il mistero senza tempo che cerca di fissare sulla pellicola: “Anche i miei lavori di moda sono generalmente timeless. Certo devo mettere i prodotti dei clienti, chiaro, ma per il resto cerco di andare all’essenziale, anche con i vestiti: ci sono jeans, magliette, vestiti svolazzanti che potrebbero essere di cinquantanni fa oppure di oggi, oppure niente, soggetti nudi”.

  Fotografia dalla serie "The Brink of Devotion", Olivia Bee
Fotografia dalla serie “The Brink of Devotion”, Olivia Bee

C’è anche un secondo motivo per l’assenza di tecnologia: “Il cuore delle mie foto è sempre un rapporto umano, c’è sempre una comunicazione diretta fra uomini, o fra gli uomini e la natura”. Strano: quasi tutti i device che sempre occhieggiano in qualunque contesto contemporaneo dovrebbero favorire la comunicazione, non ostacolarla. Anzi, la ragion d’essere dichiarata degli smartphone è distruggere il muro dell’incomunicabilità, mettere fuori gioco il silenzio e l’oblio. Le fotografie di Olivia invece sono piene di silenzio.

Fotografia di Olivia Bee
Fotografia di Olivia Bee

Si pensi che usa molto più l’analogico del digitale principalmente per ragioni di risultato sulla pellicola, ma in parte anche perché lo schermo della macchina digitale è una condanna al giudizio istantaneo su se stessi che può scatenare una pressione enorme, mentre con l’analogico si scatta senza pensieri, le somme si tirano nella camera oscura. In più, la pellicola è una “cosa”, faccenda non secondaria nel regno immateriale del cloud e del drive: “Mi piace la pellicola perché è un oggetto fisico. Penso spesso ultimamente alla differenza fra un portale e un oggetto. Per me la pellicola è come una cartolina, e il digitale come l’esperienza in  presa diretta, una via d’accesso che ti introduce a qualcosa. Ma è qualcosa di irreale, galleggia nell’etere, non è una ‘cosa’, mentre noi abbiamo bisogno di cose fisiche che sono come una traccia tangibile dell’esperienza vissuta”.

Fotografia dalla serie "Kids in Love", Olivia Bee
Fotografia dalla serie “Kids in Love”, Olivia Bee

Si definisce una “beautyholic”, una piccola vestale devota alla bellezza, suo padre glielo diceva sempre che ne era ossessionata. Riesce a trovare la bellezza in qualunque cosa, dice, ma “la bellezza è strana, la riconosci ma non sempre sapresti dire perché una cosa è bella. Ci vuole tempo per capirlo. A volte capisco dopo anni perché ho fotografato certe cose che lì per lì mi colpivano e basta, senza troppa riflessione” – continua – “Il punto è che comunque non lo faccio apposta, non penso a tutte queste cose quando fotografo, guardo e scatto, basta”.

Fotografia di Olivia Bee
Fotografia di Olivia Bee

Ed a proposito delle donne e di bellezza, rivela: “Il ruolo delle donne sta cambiando, almeno su scala nazionale, e la gente ne parla. Le ragazze stanno diventando consapevoli di essere così intelligenti e forti. Ma non è abbastanza. Penso che, in genere, le ragazze possano essere artiste di successo solo se sono nella norma per possedere attrattiva fisica – le donne sono ancora giudicate così tanto come sono, indipendentemente da quanto siano talentuose. Dove un uomo può camminare, una donna deve correre con tacchi a spillo da quindici“.

  Fotografia dalla serie "The Brink of Devotion", Olivia Bee
Fotografia dalla serie “The Brink of Devotion”, Olivia Bee

In generale, le persone sono più desiderose di ascoltare un’artista bianca hot che sta facendo molto bene i dipinti, piuttosto che la ragazza del Medio Oriente che scrive musica. È perché quella ragazza che fa musica non ha una voce nei media mainstream che non la ritenga straniera o esotica. Siamo idioti. Questo deve cambiare il prima possibile” conclude.

  Fotografia dalla serie "The Brink of Devotion", Olivia Bee
Fotografia dalla serie “The Brink of Devotion”, Olivia Bee

Sui suoi autoritratti, inoltre, rivela: “Sensualità. Ho scattato un sacco di nudi di me stessa. Sento che nelle mie fotografie c’è spesso una sensazione di desiderio che è particolarmente evidente nei miei autoritratti di nudo” – riprende – “Immagino che si tratti di dove sia il potere e di come lo controllo nella mia immagine. È come se il mio corpo fosse un’opera d’arte speciale ed è un riflesso di questo stato d’animo che sto creando in questa fotografia ed è interamente mio. Non per dire che ciò non possa essere sessuale, ma nessuna delle foto di me stessa di nudo è un invito a guardarmi sessualmente. Sono più sensuali. Nel senso che questa non è un’immagine di un oggetto; questa è un’immagine di un sentimento. E quella sensazione è il modo in cui sono posizionata o come la luce avvolge il mio corpo“.

Fotografia dalla serie "Love is The Purest Blue", Olivia Bee
Fotografia dalla serie “Love is The Purest Blue”, Olivia Bee

Kids in Love

Il suo lavoro è in gran parte focalizzato sulla sua vita e su quella dei suoi amici. Difatti, l’ambasciatore del marchio di Vivier, Inès de La Fressange, dice a proposito di Olivia: “fotografa come fanno i veri amici: con allegria e tenerezza. La cultura della sua generazione è Instagram e Facebook; c’è sempre gioia, spontaneità e apparente casualità. Le sue foto sono desaturate e la modella non è mai in posa veramente“.

 Fotografia dalla serie "Enveloped in a Dream" in "Kids in Love", Olivia Bee
Fotografia dalla serie “Enveloped in a Dream” in “Kids in Love”, Olivia Bee

Kids in Love” è la comunione di due corpi di lavoro differenti: “Enveloped in a Dream”, il primo lavoro che congiunse la Bee al mondo dei teenager, una prima serie incentrata ad offrire una sorta di diario visivo delle amicizie fra ragazze, e all’esplorazione di loro stesse in un periodo di grandi cambiamenti come quello dell’adolescenza. In questo lavoro si percepisce molto bene l’abilità della fotografa nel catturare quella dolce malinconia tipica della pubertà. Il secondo lavoro è “Kids in Love” ed è il proseguo naturale del primo lavoro. Concentrato sempre sulla cronaca dell’adolescenza, verte sul susseguirsi di nuovi amici e nuovi amori, sui piaceri e sulle paure che accompagnano i ragazzi durante la loro acerba giovinezza.

Fotografia dalla serie "Kids in Love", Olivia Bee
Fotografia dalla serie “Kids in Love”, Olivia Bee

Abbiamo tutti la sindrome da deficit di attenzione, dev’essere una cosa generazionale, non riusciamo a leggere, a concentrarci, a stare attenti a qualcosa” dice Olivia. Il paradosso è che negli scatti c’è quell’aria sognante e sospesa che mette voglia di dire “fermiamoci qui ancora un po’”.

Fotografia dalla serie "Kids in Love", Olivia Bee
Fotografia dalla serie “Kids in Love”, Olivia Bee

Il libro di Olivia Bee è uno specchio che riflette il passato di tutti, lo si guarda a tratti con tenerezza, a tratti con nostalgia. La fotografa è in grado di farci sognare ad occhi aperti e farci penetrare le sue immagini con uno sguardo che riesce ad andare molto, molto più lontano.

Link

http://oliviabee.com/

https://www.micamera.com/shop/contemporanei/kids-love-olivia-bee/

https://en.m.wikipedia.org/wiki/Olivia_Bee

https://www.iconoclastimage.tv/talents/olivia-bee/

https://aperture.org/exhibition/olivia-bee-kid-in-love/

https://www.ilfoglio.it/cultura/2015/05/22/news/il-magico-mondo-di-olivia-bee-84101/

https://www.dazeddigital.com/photography/article/22588/1/olivia-bee-vs-rebekah-campbell